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NO CACCIA

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Petizioni da firmare online contro il DDL CACCIA

agosto 2026

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Perché NAICA dice NO al DDL CACCIA

NAICA esprime la propria ferma contrarietà al disegno di legge che modifica profondamente la legge n. 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sull’attività venatoria.

Il provvedimento, conosciuto anche come “DDL Caccia” o “legge sparatutto”, è stato approvato dal Senato il 23 giugno 2026 e si trova ora all’esame della Camera come proposta C.2984. Non è quindi ancora una legge e può ancora essere modificato o respinto.

Secondo NAICA, questa riforma non rappresenta un semplice aggiornamento tecnico. Essa cambia profondamente l’impostazione della normativa italiana: la tutela della fauna rischia di diventare subordinata agli interessi venatori, economici e produttivi.

Perché NAICA è contraria

La legge 157/1992 parte da un principio fondamentale: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e deve essere protetta nell’interesse della collettività nazionale e internazionale. La caccia è ammessa soltanto come eccezione regolamentata, purché non comprometta la conservazione delle specie.

La proposta di riforma sposta invece il baricentro dalla protezione alla cosiddetta “gestione” della fauna. In questo nuovo modello, i cacciatori assumono un ruolo sempre più centrale come “gestori” o “bioregolatori” della natura.

Riteniamo che tale impostazione favorisca apertamente gli interessi del mondo venatorio e delle attività economiche collegate alla caccia. Al tempo stesso, riduce il peso della ricerca scientifica, della prevenzione e dei metodi non cruenti.

Gli animali selvatici non sono bersagli, risorse economiche o problemi da eliminare. Sono esseri viventi e parte indispensabile degli ecosistemi. La loro tutela non può essere affidata principalmente a chi ha interesse ad abbatterli.

Che cosa prevede il disegno di legge

Tra le principali modifiche previste figurano:

  • l’introduzione esplicita del concetto di “gestione” della fauna, accanto a quello di protezione;
  • il riconoscimento della caccia anche come attività sportiva e come strumento ordinario di regolazione della fauna;
  • una maggiore autonomia delle Regioni nella definizione dei calendari venatori, dei territori interessati e dei piani di abbattimento;
  • calendari di caccia più flessibili e differenziati, con il rischio di estendere l’attività venatoria a periodi delicati per la migrazione e la riproduzione degli animali;
  • la riduzione del peso effettivo dei pareri tecnico-scientifici dell’ISPRA, che in diversi casi potrebbero essere superati o controbilanciati da valutazioni regionali;
  • l’inserimento dello stambecco, dell’oca selvatica e di alcune popolazioni di piccione inselvatichito tra le specie potenzialmente cacciabili;
  • l’eliminazione del lupo dall’elenco nazionale delle specie “particolarmente protette”;
  • l’ampliamento dei territori che possono entrare nella pianificazione venatoria, comprese determinate foreste demaniali e aree montane;
  • la ridefinizione e possibile riduzione delle zone protette in prossimità dei valichi attraversati dagli uccelli migratori;
  • la possibilità, in specifiche forme di caccia di selezione e nei piani di controllo, di utilizzare visori notturni, termocamere e altri dispositivi optoelettronici;
  • il mantenimento e la riorganizzazione dell’impiego di uccelli vivi come richiami;
  • un maggiore spazio per le aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie, anche con finalità economiche;
  • il rafforzamento dei piani di abbattimento di cinghiali e altre specie considerate problematiche;
  • una maggiore partecipazione dei cacciatori e di soggetti privati armati alle attività pubbliche di controllo della fauna;
  • il divieto di impedire, ostacolare o rallentare con metodi violenti le attività previste dai piani di controllo della fauna;
  • l’inasprimento di alcune sanzioni contro il bracconaggio e le violazioni più gravi.

Occorre precisare che il testo non autorizza automaticamente la caccia nei centri abitati o in tutti i parchi e non rende immediatamente cacciabili tutte le specie citate. Tuttavia amplia sensibilmente gli strumenti attraverso i quali Regioni e amministrazioni potranno autorizzare prelievi e abbattimenti.

Anche il declassamento del lupo non significa che sarà possibile cacciarlo liberamente: restano i vincoli stabiliti dalla normativa europea. La modifica indebolisce però la sua protezione nazionale e potrebbe facilitare futuri interventi di abbattimento o controllo.

Le nostre principali preoccupazioni

  1. Una tutela animale sempre più debole.
    La parola “protezione” rimane formalmente nella legge, ma rischia di perdere efficacia concreta. Quando aumentano specie, strumenti, periodi e territori interessati dalla caccia, la tutela degli animali diventa inevitabilmente più fragile.
  2. La scienza rischia di diventare secondaria.
    Le decisioni sulla fauna dovrebbero essere fondate su dati scientifici indipendenti. Ridurre il peso dell’ISPRA significa permettere che valutazioni politiche, economiche o venatorie prevalgano sulle esigenze di conservazione.
  3. Controllori e portatori d’interesse rischiano di coincidere.
    Attribuire ai cacciatori un ruolo centrale nella gestione della fauna crea un evidente conflitto d’interessi. Chi pratica la caccia non può diventare il principale soggetto chiamato a stabilire quando, dove e quanti animali debbano essere abbattuti.
  4. Si normalizza l’impiego delle armi.
    Il disegno di legge non è una riforma generale sul possesso delle armi, ma amplia le circostanze nelle quali soggetti privati armati possono intervenire sul territorio.
    L’utilizzo di visori notturni e strumenti tecnologici sempre più efficaci rafforza una cultura nella quale il fucile viene presentato come soluzione ordinaria ai problemi di convivenza con la fauna.
    Per NAICA, la sicurezza delle persone e degli animali richiede invece una riduzione delle occasioni di impiego delle armi, controlli rigorosi e una netta separazione tra interesse pubblico e attività venatoria ricreativa.
  5. Aumentano i rischi per la biodiversità.
    Molte specie selvatiche sono già sottoposte alla perdita degli habitat, al cambiamento climatico, all’inquinamento, ai pesticidi e alla pressione delle attività umane.
    Aumentare anche la pressione venatoria può compromettere popolazioni già fragili e alterare ulteriormente gli equilibri naturali. Particolarmente grave appare la possibile apertura nei confronti dello stambecco, simbolo della conservazione della fauna alpina.
  6. I richiami vivi continuano a essere considerati strumenti di caccia.
    L’impiego di animali vivi come richiami comporta cattura, detenzione, manipolazione e sofferenza. Si tratta di una pratica che riteniamo incompatibile con una legislazione moderna, rispettosa del benessere animale. 
    Questa attività presenta inoltre rischi legati al traffico illegale di uccelli, al bracconaggio e alla diffusione di malattie.
  7. L’abbattimento viene privilegiato rispetto alla prevenzione.
    I conflitti con cinghiali, lupi e altre specie non si risolvono semplicemente aumentando il numero degli animali uccisi.
    Servono prevenzione, corretta gestione dei rifiuti, protezione degli allevamenti, recinzioni adeguate, tutela dei predatori naturali, ripristino degli habitat e monitoraggi scientifici. L’abbattimento dovrebbe rappresentare una misura eccezionale, non la prima e più semplice risposta.
  8. Esistono dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo.
    Diversi aspetti della riforma hanno sollevato preoccupazioni rispetto alla direttiva Uccelli, alla direttiva Habitat e agli obblighi europei di conservazione. 
    L’Italia è già coinvolta in una procedura d’infrazione in materia venatoria. Approvare norme potenzialmente incompatibili con il diritto europeo potrebbe produrre nuovi contenziosi e costi a carico dell’intera collettività.

Il territorio deve essere sicuro per tutti

La caccia non coinvolge soltanto il cacciatore e l’animale, ma condiziona anche la libertà e la serenità di tutte le altre persone presenti sul territorio.

Boschi, campagne, sentieri e aree naturali non sono frequentati soltanto dai cacciatori. Sono spazi condivisi nei quali passeggiano famiglie con bambini, escursionisti, ciclisti, cercatori di funghi e persone accompagnate dai propri cani.

Incontrare persone armate o sentire spari a breve distanza può generare paura e un comprensibile senso di pericolo. Chi si trova in queste condizioni non sempre può sapere da dove provenga lo sparo, in quale direzione sia stato esploso o se il cacciatore abbia correttamente individuato ciò che si trova oltre il bersaglio.

La preoccupazione aumenta quando sono presenti bambini o animali domestici. Molte persone rinunciano a lasciare libero il proprio cane, modificano il percorso o evitano del tutto determinate zone durante la stagione venatoria. Un cane può allontanarsi, essere scambiato per un animale selvatico o trovarsi accidentalmente lungo una traiettoria di tiro.

Anche quando non si verifica alcun incidente, gli spari improvvisi e ravvicinati possono spaventare profondamente bambini, cani, animali domestici e fauna selvatica. Per un bambino, trovarsi durante una passeggiata in un ambiente nel quale risuonano colpi d’arma da fuoco non rappresenta un’esperienza serena né educativa.

La sicurezza non consiste soltanto nel rispettare formalmente una distanza prevista dalla legge. Significa permettere alle persone di frequentare la natura senza paura, senza sentirsi costrette ad andarsene e senza dover accettare come normale la presenza di armi e spari nelle vicinanze.

Per NAICA, il diritto di una minoranza a praticare la caccia non può limitare il diritto della collettività a utilizzare pacificamente e in sicurezza boschi, campagne e sentieri. Gli spazi naturali sono un bene comune, non un’area riservata a chi porta un fucile.

LA CACCIA NON È UNO SPORT

NAICA respinge con fermezza la definizione della caccia come attività sportiva. Considerarla uno sport non è soltanto improprio: significa attribuire dignità sportiva a un’attività nella quale il risultato è la sofferenza o la morte di un essere vivente.

Lo sport può prevedere competizione, confronto, abilità, allenamento e superamento dei propri limiti. Anche quando non è agonistico, si svolge nel rispetto di regole condivise e non richiede l’uccisione di chi vi è coinvolto.

Nella caccia non esiste alcun confronto alla pari. Da una parte c’è un essere umano armato, equipaggiato e consapevole; dall’altra un animale che non ha scelto di partecipare, non conosce le regole e tenta semplicemente di sopravvivere.

Non esiste competizione senza parità

Una competizione presuppone almeno una possibilità reciproca di confronto. Nella caccia questa reciprocità non esiste.

Il cacciatore dispone di fucili, munizioni, ottiche, richiami, cani addestrati, mezzi di trasporto e, secondo le nuove proposte normative, persino visori notturni e dispositivi termici. L’animale può soltanto affidarsi ai propri istinti e tentare la fuga.

Definire questa situazione una “sfida” significa confondere deliberatamente la capacità di uccidere con il valore sportivo. La superiorità tecnologica dell’essere umano è così schiacciante da escludere qualsiasi idea di confronto leale.

La fuga disperata di un animale non è una competizione. È un tentativo di salvarsi.

L’animale non partecipa: è una vittima

In qualsiasi attività sportiva, i partecipanti scelgono liberamente di prendere parte alla prova e ne accettano le regole e i rischi.

L’animale cacciato non sceglie nulla. Non presta il proprio consenso, non partecipa a un gioco e non può abbandonare la competizione. Viene trasformato unilateralmente in un bersaglio.

Non può esistere sport quando uno dei presunti partecipanti non sa nemmeno di essere stato coinvolto e rischia di perdere la vita per il divertimento dell’altro.

La morte non è un risultato sportivo

Nello sport l’obiettivo può essere raggiungere un traguardo, segnare un punto, migliorare un tempo, dimostrare precisione o superare un limite personale.

Nella caccia, invece, il successo viene spesso misurato attraverso l’abbattimento dell’animale. La sua morte non costituisce un incidente estraneo all’attività: ne rappresenta il risultato ricercato.

Se si vuole mettere alla prova la precisione, esiste il tiro sportivo su bersagli inerti. Se si desidera camminare nella natura, esistono l’escursionismo e l’orientamento. Se si vuole osservare la fauna, esistono la fotografia naturalistica, il birdwatching e il monitoraggio scientifico.

Nessuna capacità umana ha bisogno della morte di un animale per essere riconosciuta come disciplina sportiva.

Uccidere non è necessario per misurare il coraggio

La caccia viene talvolta descritta come prova di coraggio, resistenza o conoscenza della natura. Ma affrontare un animale con un’arma, mantenendosi spesso a distanza, non dimostra superiorità morale né coraggio.

La vera conoscenza della natura richiede pazienza, rispetto e capacità di convivere con gli altri esseri viventi. La vera responsabilità consiste nel limitare il proprio potere, non nell’utilizzarlo contro chi è più vulnerabile.

Avere la possibilità di uccidere non significa avere una ragione per farlo.

Chiamarla “sport” serve a normalizzarla

Le parole hanno un peso. Definire la caccia uno sport contribuisce a presentarla come un’attività positiva, educativa e socialmente desiderabile.

In questo modo si nasconde la sua caratteristica essenziale: un soggetto armato insegue un essere vivente che vuole sopravvivere e può ferirlo o ucciderlo.

Questa definizione rischia inoltre di trasmettere alle nuove generazioni un messaggio profondamente sbagliato: che la vita animale possa diventare uno strumento di svago, una prova di abilità o un trofeo.

Per NAICA, il rispetto degli animali richiede un linguaggio chiaro. Non si può trasformare la violenza in sport semplicemente cambiandole nome.

La caccia non è uno sport: è un’attività armata nella quale l’animale perde sempre, anche quando riesce a fuggire.

Non c’è sport senza rispetto.

Non c’è competizione senza reciprocità.

Non c’è confronto leale tra un animale disarmato e un essere umano dotato di armi e tecnologie.

Non c’è valore sportivo nella morte di chi non ha scelto di partecipare.

Lo sport educa alla lealtà, alla disciplina, al rispetto dell’avversario e al controllo della propria forza. La caccia applicata come attività ricreativa esercita invece una forza letale contro un essere vulnerabile, privo di scelta e di difesa equivalente.

La vita non è un bersaglio. La sofferenza non è una disciplina. L’uccisione di un animale non è una vittoria sportiva.

Morti e feriti durante la caccia

La caccia rappresenta un pericolo concreto anche per le persone. Secondo il Dossier 2025-2026 dell’Associazione Vittime della Caccia – AVC, tra il 1º settembre 2025 e il 31 gennaio 2026 sono state coinvolte 46 persone:

- 12 sono morte;

- 34 sono rimaste ferite;

- 33 erano cacciatori;

- 13 erano estranee alla caccia: due morte e undici ferite.

Il conteggio comprende gli incidenti avvenuti durante le battute e alcuni episodi extravenatori inclusi secondo i criteri dichiarati dall’Osservatorio.

Una rilevazione dell’Università di Urbino, basata su criteri più restrittivi, ha registrato nella medesima stagione 45 incidenti, otto dei quali mortali, e 37 feriti.

La differenza deriva dai diversi criteri di rilevazione. In Italia manca infatti un registro pubblico nazionale completo degli incidenti venatori. Tuttavia, entrambe le fonti confermano un dato incontestabile: l’attività venatoria provoca ogni anno morti e feriti, anche tra persone che non vi partecipano.

Per NAICA è inaccettabile che un’attività praticata per diletto esponga a conseguenze tanto gravi non soltanto chi sceglie di esercitarla, ma anche cittadini completamente estranei.

Fonti: AVC – Dossier 2025-2026; Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, rilevazione sugli incidenti venatori 2025-2026.

L’inquinamento provocato dalle munizioni al piombo

Le munizioni utilizzate durante la caccia non scompaiono dopo lo sparo. Pallini e frammenti di piombo rimangono nel terreno, nei boschi e nelle acque, accumulandosi nell’ambiente.

Il piombo è un metallo tossico che non svolge alcuna funzione biologica. Gli uccelli possono ingerire i pallini scambiandoli per semi o piccoli sassolini utilizzati nella digestione. Rapaci e animali necrofagi possono invece avvelenarsi mangiando prede o carcasse contaminate da frammenti di munizioni.

Il problema riguarda anche la salute umana: residui di piombo possono essere presenti nella carne di selvaggina destinata al consumo. L’esposizione è particolarmente pericolosa per bambini e donne in gravidanza.

Secondo la Commissione europea, prima dell’introduzione delle nuove restrizioni oltre 4.000 tonnellate di piombo provenienti dalle munizioni finivano ogni anno nelle zone umide dell’Unione europea, provocando la morte per avvelenamento di circa un milione di uccelli.

Dal 15 febbraio 2023 il regolamento europeo vieta di utilizzare munizioni contenenti almeno l’1% di piombo nelle zone umide e nel raggio di cento metri da esse. Nella medesima area ne vieta inoltre il porto quando questo avvenga durante la caccia nelle zone umide o nel tragitto finalizzato a tale attività.

L’inquinamento prodotto dalle munizioni rappresenta un’ulteriore dimostrazione di quanto sia contraddittorio presentare la caccia come un’attività compatibile con la protezione della natura.

Un’attività che disperde nell’ambiente sostanze tossiche, contamina terreni e acque e mette a rischio fauna e salute pubblica non può essere descritta come uno strumento di tutela ambientale. Anche per questa ragione, NAICA respinge il tentativo di attribuire alla caccia una funzione positiva nella conservazione degli ecosistemi.

Fonte: Commissione europea, Regolamento UE 2021/57 e comunicazione sul divieto delle munizioni al piombo nelle zone umide.

Iter ufficiale del DDL S.1552/C.2984
Dossier AVC 2025-2026
Rilevazione dell’Università di Urbino
Commissione europea: munizioni al piombo

Salvaguardare il diritto di protestare

Il disegno di legge introduce il divieto di impedire, ostacolare o rallentare con metodi violenti le attività previste dai piani di controllo della fauna.

NAICA rifiuta ogni forma di violenza, minaccia o aggressione. Allo stesso tempo, chiede che questa disposizione sia formulata e applicata in modo rigoroso, affinché non possa diventare uno strumento per intimidire o limitare chi esprime pacificamente il proprio dissenso.

Contestare un piano di abbattimento non significa necessariamente ostacolare illegalmente un’attività pubblica. Cittadini e associazioni devono conservare pienamente il diritto di:

* manifestare pacificamente;

* organizzare presìdi e campagne informative;

* documentare le operazioni da luoghi nei quali sia consentito;

* chiedere l’accesso agli atti;

* presentare osservazioni e segnalazioni;

* rivolgersi alle autorità competenti;

* impugnare provvedimenti davanti ai tribunali;

* denunciare eventuali irregolarità o violazioni.

La libertà di espressione e il diritto di manifestare il proprio pensiero sono garantiti dalla Costituzione. Nessuna norma sulla gestione della fauna deve creare un clima nel quale volontari, attivisti e cittadini abbiano paura di esporsi, controllare o contestare decisioni che ritengono sbagliate.

È inoltre necessario distinguere chiaramente la protesta pacifica dalla violenza. Formulazioni generiche o interpretazioni eccessivamente estese potrebbero produrre un effetto intimidatorio anche nei confronti di comportamenti pienamente legittimi.

La gestione della fauna riguarda un patrimonio indisponibile dello Stato e deve quindi rimanere sottoposta al controllo democratico della collettività. Chi dissente da un abbattimento deve poterlo dire, motivare e contestare attraverso tutti gli strumenti legali disponibili.

Per NAICA, proteggere gli animali significa anche proteggere il diritto delle persone e delle associazioni a difenderli pubblicamente, pacificamente e senza intimidazioni.

La posizione di NAICA

NAICA chiede al Parlamento di fermare questa proposta.

Una vera riforma dovrebbe:

  • rafforzare la tutela giuridica degli animali selvatici;
  • rendere vincolanti le valutazioni scientifiche indipendenti;
  • privilegiare prevenzione e metodi non cruenti;
  • proteggere habitat, aree naturali e rotte migratorie;
  • eliminare progressivamente l’utilizzo dei richiami vivi;
  • limitare, anziché ampliare, l’impiego delle armi sul territorio;
  • escludere i portatori di interessi venatori dalle decisioni nelle quali esiste un conflitto d’interessi;
  • garantire una gestione nazionale coerente, evitando una frammentazione eccessiva tra le Regioni;
  • rispettare pienamente la Costituzione e la normativa europea sulla biodiversità e sul benessere animale;
  • salvaguardare il diritto di protesta per chi difende il patrimonio ambientale.

La convivenza con la fauna selvatica non si costruisce attraverso un aumento degli abbattimenti. Si costruisce attraverso conoscenza, prevenzione, responsabilità e rispetto.

La fauna selvatica appartiene alla collettività, non alle associazioni venatorie né alle imprese che traggono profitto dalla caccia. Per questo NAICA continuerà a difendere una normativa fondata sulla protezione effettiva degli animali e degli ecosistemi.

No alla “legge sparatutto”. Sì a una politica che protegga davvero gli animali, la biodiversità e la sicurezza di tutti.


Testo aggiornato all’8 agosto 2026. Il provvedimento è ancora all’esame del Parlamento e non è entrato in vigore.

Pagina aggiornata al 08/08/2026
Naica ODV

C.F. 90141700329
Costituita il 07.03.2014
Reg. a TS al n. 1561/2014
Reg. a TS al n. 699/2022
RUNTS dd 19.05.2022
REP. 29282


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