NAICA esprime la propria ferma contrarietà al disegno di legge che modifica profondamente la legge n. 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sull’attività venatoria.
Il provvedimento, conosciuto anche come “DDL Caccia” o “legge sparatutto”, è stato approvato dal Senato il 23 giugno 2026 e si trova ora all’esame della Camera come proposta C.2984. Non è quindi ancora una legge e può ancora essere modificato o respinto.
Secondo NAICA, questa riforma non rappresenta un semplice aggiornamento tecnico. Essa cambia profondamente l’impostazione della normativa italiana: la tutela della fauna rischia di diventare subordinata agli interessi venatori, economici e produttivi.
La legge 157/1992 parte da un principio fondamentale: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e deve essere protetta nell’interesse della collettività nazionale e internazionale. La caccia è ammessa soltanto come eccezione regolamentata, purché non comprometta la conservazione delle specie.
La proposta di riforma sposta invece il baricentro dalla protezione alla cosiddetta “gestione” della fauna. In questo nuovo modello, i cacciatori assumono un ruolo sempre più centrale come “gestori” o “bioregolatori” della natura.
Riteniamo che tale impostazione favorisca apertamente gli interessi del mondo venatorio e delle attività economiche collegate alla caccia. Al tempo stesso, riduce il peso della ricerca scientifica, della prevenzione e dei metodi non cruenti.
Gli animali selvatici non sono bersagli, risorse economiche o problemi da eliminare. Sono esseri viventi e parte indispensabile degli ecosistemi. La loro tutela non può essere affidata principalmente a chi ha interesse ad abbatterli.
Occorre precisare che il testo non autorizza automaticamente la caccia nei centri abitati o in tutti i parchi e non rende immediatamente cacciabili tutte le specie citate. Tuttavia amplia sensibilmente gli strumenti attraverso i quali Regioni e amministrazioni potranno autorizzare prelievi e abbattimenti.
Anche il declassamento del lupo non significa che sarà possibile cacciarlo liberamente: restano i vincoli stabiliti dalla normativa europea. La modifica indebolisce però la sua protezione nazionale e potrebbe facilitare futuri interventi di abbattimento o controllo.
La caccia non coinvolge soltanto il cacciatore e l’animale, ma condiziona anche la libertà e la serenità di tutte le altre persone presenti sul territorio.
Boschi, campagne, sentieri e aree naturali non sono frequentati soltanto dai cacciatori. Sono spazi condivisi nei quali passeggiano famiglie con bambini, escursionisti, ciclisti, cercatori di funghi e persone accompagnate dai propri cani.
Incontrare persone armate o sentire spari a breve distanza può generare paura e un comprensibile senso di pericolo. Chi si trova in queste condizioni non sempre può sapere da dove provenga lo sparo, in quale direzione sia stato esploso o se il cacciatore abbia correttamente individuato ciò che si trova oltre il bersaglio.
La preoccupazione aumenta quando sono presenti bambini o animali domestici. Molte persone rinunciano a lasciare libero il proprio cane, modificano il percorso o evitano del tutto determinate zone durante la stagione venatoria. Un cane può allontanarsi, essere scambiato per un animale selvatico o trovarsi accidentalmente lungo una traiettoria di tiro.
Anche quando non si verifica alcun incidente, gli spari improvvisi e ravvicinati possono spaventare profondamente bambini, cani, animali domestici e fauna selvatica. Per un bambino, trovarsi durante una passeggiata in un ambiente nel quale risuonano colpi d’arma da fuoco non rappresenta un’esperienza serena né educativa.
La sicurezza non consiste soltanto nel rispettare formalmente una distanza prevista dalla legge. Significa permettere alle persone di frequentare la natura senza paura, senza sentirsi costrette ad andarsene e senza dover accettare come normale la presenza di armi e spari nelle vicinanze.
Per NAICA, il diritto di una minoranza a praticare la caccia non può limitare il diritto della collettività a utilizzare pacificamente e in sicurezza boschi, campagne e sentieri. Gli spazi naturali sono un bene comune, non un’area riservata a chi porta un fucile.
NAICA respinge con fermezza la definizione della caccia come attività sportiva. Considerarla uno sport non è soltanto improprio: significa attribuire dignità sportiva a un’attività nella quale il risultato è la sofferenza o la morte di un essere vivente.
Lo sport può prevedere competizione, confronto, abilità, allenamento e superamento dei propri limiti. Anche quando non è agonistico, si svolge nel rispetto di regole condivise e non richiede l’uccisione di chi vi è coinvolto.
Nella caccia non esiste alcun confronto alla pari. Da una parte c’è un essere umano armato, equipaggiato e consapevole; dall’altra un animale che non ha scelto di partecipare, non conosce le regole e tenta semplicemente di sopravvivere.
Non esiste competizione senza parità
Una competizione presuppone almeno una possibilità reciproca di confronto. Nella caccia questa reciprocità non esiste.
Il cacciatore dispone di fucili, munizioni, ottiche, richiami, cani addestrati, mezzi di trasporto e, secondo le nuove proposte normative, persino visori notturni e dispositivi termici. L’animale può soltanto affidarsi ai propri istinti e tentare la fuga.
Definire questa situazione una “sfida” significa confondere deliberatamente la capacità di uccidere con il valore sportivo. La superiorità tecnologica dell’essere umano è così schiacciante da escludere qualsiasi idea di confronto leale.
La fuga disperata di un animale non è una competizione. È un tentativo di salvarsi.
L’animale non partecipa: è una vittima
In qualsiasi attività sportiva, i partecipanti scelgono liberamente di prendere parte alla prova e ne accettano le regole e i rischi.
L’animale cacciato non sceglie nulla. Non presta il proprio consenso, non partecipa a un gioco e non può abbandonare la competizione. Viene trasformato unilateralmente in un bersaglio.
Non può esistere sport quando uno dei presunti partecipanti non sa nemmeno di essere stato coinvolto e rischia di perdere la vita per il divertimento dell’altro.
La morte non è un risultato sportivo
Nello sport l’obiettivo può essere raggiungere un traguardo, segnare un punto, migliorare un tempo, dimostrare precisione o superare un limite personale.
Nella caccia, invece, il successo viene spesso misurato attraverso l’abbattimento dell’animale. La sua morte non costituisce un incidente estraneo all’attività: ne rappresenta il risultato ricercato.
Se si vuole mettere alla prova la precisione, esiste il tiro sportivo su bersagli inerti. Se si desidera camminare nella natura, esistono l’escursionismo e l’orientamento. Se si vuole osservare la fauna, esistono la fotografia naturalistica, il birdwatching e il monitoraggio scientifico.
Nessuna capacità umana ha bisogno della morte di un animale per essere riconosciuta come disciplina sportiva.
Uccidere non è necessario per misurare il coraggio
La caccia viene talvolta descritta come prova di coraggio, resistenza o conoscenza della natura. Ma affrontare un animale con un’arma, mantenendosi spesso a distanza, non dimostra superiorità morale né coraggio.
La vera conoscenza della natura richiede pazienza, rispetto e capacità di convivere con gli altri esseri viventi. La vera responsabilità consiste nel limitare il proprio potere, non nell’utilizzarlo contro chi è più vulnerabile.
Avere la possibilità di uccidere non significa avere una ragione per farlo.
Chiamarla “sport” serve a normalizzarla
Le parole hanno un peso. Definire la caccia uno sport contribuisce a presentarla come un’attività positiva, educativa e socialmente desiderabile.
In questo modo si nasconde la sua caratteristica essenziale: un soggetto armato insegue un essere vivente che vuole sopravvivere e può ferirlo o ucciderlo.
Questa definizione rischia inoltre di trasmettere alle nuove generazioni un messaggio profondamente sbagliato: che la vita animale possa diventare uno strumento di svago, una prova di abilità o un trofeo.
Per NAICA, il rispetto degli animali richiede un linguaggio chiaro. Non si può trasformare la violenza in sport semplicemente cambiandole nome.
La caccia non è uno sport: è un’attività armata nella quale l’animale perde sempre, anche quando riesce a fuggire.
Non c’è sport senza rispetto.
Non c’è competizione senza reciprocità.
Non c’è confronto leale tra un animale disarmato e un essere umano dotato di armi e tecnologie.
Non c’è valore sportivo nella morte di chi non ha scelto di partecipare.
Lo sport educa alla lealtà, alla disciplina, al rispetto dell’avversario e al controllo della propria forza. La caccia applicata come attività ricreativa esercita invece una forza letale contro un essere vulnerabile, privo di scelta e di difesa equivalente.
La vita non è un bersaglio. La sofferenza non è una disciplina. L’uccisione di un animale non è una vittoria sportiva.
La caccia rappresenta un pericolo concreto anche per le persone. Secondo il Dossier 2025-2026 dell’Associazione Vittime della Caccia – AVC, tra il 1º settembre 2025 e il 31 gennaio 2026 sono state coinvolte 46 persone:
- 12 sono morte;
- 34 sono rimaste ferite;
- 33 erano cacciatori;
- 13 erano estranee alla caccia: due morte e undici ferite.
Il conteggio comprende gli incidenti avvenuti durante le battute e alcuni episodi extravenatori inclusi secondo i criteri dichiarati dall’Osservatorio.
Una rilevazione dell’Università di Urbino, basata su criteri più restrittivi, ha registrato nella medesima stagione 45 incidenti, otto dei quali mortali, e 37 feriti.
La differenza deriva dai diversi criteri di rilevazione. In Italia manca infatti un registro pubblico nazionale completo degli incidenti venatori. Tuttavia, entrambe le fonti confermano un dato incontestabile: l’attività venatoria provoca ogni anno morti e feriti, anche tra persone che non vi partecipano.
Per NAICA è inaccettabile che un’attività praticata per diletto esponga a conseguenze tanto gravi non soltanto chi sceglie di esercitarla, ma anche cittadini completamente estranei.
Fonti: AVC – Dossier 2025-2026; Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, rilevazione sugli incidenti venatori 2025-2026.
Le munizioni utilizzate durante la caccia non scompaiono dopo lo sparo. Pallini e frammenti di piombo rimangono nel terreno, nei boschi e nelle acque, accumulandosi nell’ambiente.
Il piombo è un metallo tossico che non svolge alcuna funzione biologica. Gli uccelli possono ingerire i pallini scambiandoli per semi o piccoli sassolini utilizzati nella digestione. Rapaci e animali necrofagi possono invece avvelenarsi mangiando prede o carcasse contaminate da frammenti di munizioni.
Il problema riguarda anche la salute umana: residui di piombo possono essere presenti nella carne di selvaggina destinata al consumo. L’esposizione è particolarmente pericolosa per bambini e donne in gravidanza.
Secondo la Commissione europea, prima dell’introduzione delle nuove restrizioni oltre 4.000 tonnellate di piombo provenienti dalle munizioni finivano ogni anno nelle zone umide dell’Unione europea, provocando la morte per avvelenamento di circa un milione di uccelli.
Dal 15 febbraio 2023 il regolamento europeo vieta di utilizzare munizioni contenenti almeno l’1% di piombo nelle zone umide e nel raggio di cento metri da esse. Nella medesima area ne vieta inoltre il porto quando questo avvenga durante la caccia nelle zone umide o nel tragitto finalizzato a tale attività.
L’inquinamento prodotto dalle munizioni rappresenta un’ulteriore dimostrazione di quanto sia contraddittorio presentare la caccia come un’attività compatibile con la protezione della natura.
Un’attività che disperde nell’ambiente sostanze tossiche, contamina terreni e acque e mette a rischio fauna e salute pubblica non può essere descritta come uno strumento di tutela ambientale. Anche per questa ragione, NAICA respinge il tentativo di attribuire alla caccia una funzione positiva nella conservazione degli ecosistemi.
Fonte: Commissione europea, Regolamento UE 2021/57 e comunicazione sul divieto delle munizioni al piombo nelle zone umide.
Iter ufficiale del DDL S.1552/C.2984
Dossier AVC 2025-2026
Rilevazione dell’Università di Urbino
Commissione europea: munizioni al piombo
Il disegno di legge introduce il divieto di impedire, ostacolare o rallentare con metodi violenti le attività previste dai piani di controllo della fauna.
NAICA rifiuta ogni forma di violenza, minaccia o aggressione. Allo stesso tempo, chiede che questa disposizione sia formulata e applicata in modo rigoroso, affinché non possa diventare uno strumento per intimidire o limitare chi esprime pacificamente il proprio dissenso.
Contestare un piano di abbattimento non significa necessariamente ostacolare illegalmente un’attività pubblica. Cittadini e associazioni devono conservare pienamente il diritto di:
* manifestare pacificamente;
* organizzare presìdi e campagne informative;
* documentare le operazioni da luoghi nei quali sia consentito;
* chiedere l’accesso agli atti;
* presentare osservazioni e segnalazioni;
* rivolgersi alle autorità competenti;
* impugnare provvedimenti davanti ai tribunali;
* denunciare eventuali irregolarità o violazioni.
La libertà di espressione e il diritto di manifestare il proprio pensiero sono garantiti dalla Costituzione. Nessuna norma sulla gestione della fauna deve creare un clima nel quale volontari, attivisti e cittadini abbiano paura di esporsi, controllare o contestare decisioni che ritengono sbagliate.
È inoltre necessario distinguere chiaramente la protesta pacifica dalla violenza. Formulazioni generiche o interpretazioni eccessivamente estese potrebbero produrre un effetto intimidatorio anche nei confronti di comportamenti pienamente legittimi.
La gestione della fauna riguarda un patrimonio indisponibile dello Stato e deve quindi rimanere sottoposta al controllo democratico della collettività. Chi dissente da un abbattimento deve poterlo dire, motivare e contestare attraverso tutti gli strumenti legali disponibili.
Per NAICA, proteggere gli animali significa anche proteggere il diritto delle persone e delle associazioni a difenderli pubblicamente, pacificamente e senza intimidazioni.
NAICA chiede al Parlamento di fermare questa proposta.
Una vera riforma dovrebbe:
La convivenza con la fauna selvatica non si costruisce attraverso un aumento degli abbattimenti. Si costruisce attraverso conoscenza, prevenzione, responsabilità e rispetto.
La fauna selvatica appartiene alla collettività, non alle associazioni venatorie né alle imprese che traggono profitto dalla caccia. Per questo NAICA continuerà a difendere una normativa fondata sulla protezione effettiva degli animali e degli ecosistemi.
No alla “legge sparatutto”. Sì a una politica che protegga davvero gli animali, la biodiversità e la sicurezza di tutti.
Testo aggiornato all’8 agosto 2026. Il provvedimento è ancora all’esame del Parlamento e non è entrato in vigore.
Free AI Website Software